Nelle giornate oziose in cui il tempo a disposizione è tanto e gli spunti con cui riempirlo spingono le persone a dissiparlo nella sola scelta relativa al ‘’che fare?’’, dedicarsi alla musica rappresenta per me una facile risposta, ma non una via di fuga. La produzione di album e singoli non è mai stata così alta e la loro accessibilità così immediata, facile ed economica, grazie ai servizi di streaming dal misero costo a fronte di cataloghi pressocché immensi. Nelle ultime settimane ho potuto ascoltare molti album che ho apprezzato, come l’ultimo dei Wilco o Blonde Redhead, il jazz di Alabaster DePlume, Sufjan Stevens in una delle sue versioni più autobiograficamente addolarate. Poi Coez e Frah Quintale, Fred Again e Brian Eno, Mitski, i Nation of Language e così via. La quantità di nuova musica offertaci quotidianamente è vasta e richiede piccole soluzioni e trucchi per orientarsi al suo interno, per non ritrovarsi davvero a dissipare il tempo che ci resta solo pensando, con il computer davanti agli occhi e impulsi di ogni tipo attorno a noi, a quella fatidica domanda dell’uomo agiato del ventunesimo secolo: che fare?
Uno dei barbatrucchi più vecchi creati dall’uomo di pari passo alla nascita dell’industria culturale è stata la critica, cioè una classe di specialisti in grado di filtrare e catalogare la produzione artistica secondo metri di giudizio più o meno riconoscibili e condivisibili. Da tempo, tuttavia, la critica ha perso centralità nella fruizione culturale, superata prima dalla facilità di accesso ad album, film e libri offerta da Internet – facendo venire meno l’esigenza di soppesare attentamente la scelta di cosa comprare – e poi dall’uso degli algoritmi. Oggi riviste e critici languiscono nelle nicchie che cercano una qualche forma di sartorialità nelle proposte, ma vista la mole di materiale tra cui orientarsi, sono sopravvissuti anche in altre vesti e con altri linguaggi.
Youtube è una delle piattaforme che meglio riesce a custodire e alimentare le nicchie e i loro consumi culturali. Gli autori attualmente attivi sul sito vengono spesso da più di un decennio di lavoro, che ha permesso di affinare linguaggi e strumenti, presentando oggi dei prodotti di qualità equiparabile alle istituzioni dell’era pre-Internet. Uno dei casi più interessanti è quello dello statunitense Anthony Fantano, autore di recensioni musicali con il profilo The Needle Drop, che ha creato uno stile allo stesso tempo profondamente comico e professionale con cui presentare gli ultimi album, diventando più influente di riviste vecchie di mezzo secolo.
Molta critica e divulgazione su Youtube filtra l’immenso flusso di produzione creativa contemporanea, ma è circondata da una galassia di profili più o meno piccoli che si occupa di scavare nei decenni passati, riportando alla luce artisti, album e correnti musicali passati in sordina o non elevati al Canone della musica del Novecento. Questo si rivela tanto più interessante quando si pensa ai prodotti non occidentali, che hanno pagato i minori mezzi di esportazione e che difficilmente sono arrivati a noi. La scena musicale folk-rock della Turchia degli anni Sessanta e Settanta è uno di questi casi.
Alcuni anni fa ho ascoltato Gurbet di Özdemir Erdoğan, richiamato dalla bella immagine di introduzione del video. La delicata chitarra e il groove vagamente orientale introducevano uno strumento a fiato simil-kazoo che mi era sconosciuto. Poi, un canto in turco su linee ancor più esotiche partiva, portando il pezzo ancor più distante dai miei canoni. Incuriosito, durante l’ascolto avevo notato il nome del canale che aveva pubblicato il prezzo, dall’evocativo nome di Anatolian Rock Revival Project.
Scavando al suo interno ho trovato decine e decine di pezzi marchiati dall’indistinguibile ortografia della lingua turca, oscillanti tra il folk e le chitarre di Hendrix, la psichedelia dei Sessanta e il pop elegante dei cantautori francesi. I brani, meticolosamente datati e introdotti da una breve descrizione del profilo, rientrano tutti in quei due decenni, giustificando lo spirito da revival che ha dato il nome al progetto.
Come tutte le forme di revival e di hauntologia, cioè di richiamo artistico e ripresa di correnti sepolte dal tempo, quello della musica turca nasconde una dimensione politica e sociale strettamente correlata alla produzione musicale di una certa scena.
La datazione precedente gli anni Ottanta dei brani è legata alla storia novecentesca della Turchia, che dalla rivoluzione laica e modernista di Kemal Ataturk nel primo Dopoguerra aveva vissuto decenni di crescita economica e maggiori libertà religiose e sociali. Negli anni Sessanta la Turchia è un Paese che vive un modello di sviluppo affine a quello dell’Occidente, da cui importa e assimila i prodotti culturali. A Istanbul i numerosi licei di ispirazione europea, concentrati soprattutto nel quartiere di Galatasaray, vengono attraversati dal fermento degli album di Beatles e Rolling Stones, che si diffondono gradualmente nelle altre città con maggiore vocazione cosmopolita assieme al resto della musica inglese e americana. In ambito artistico, musicisti come Erkin Koray, Baris Manco e i Mogollar iniziano a pubblicare album su album aggiungendo gli strumenti e le tonalità importate dall’estero agli elementi più tipicamente turchi. Quel che nasce dalla loro opera e da quella di decine e decine di musicisti è un infuso di fattori a cavallo tra i due Mondi: alle chitarre elettriche e agli effetti con cui inacidire il suono, vengono abbinate le poliritmie e la microtonalità ampiamente utilizzate nella musica tradizionale turca, assieme agli strumenti classici. Questi musicisti producono rock, pop, folk e funk in grande quantità, ma gli album raramente vengono esportati e arrivano nel resto dell’Europa, per cui il loro prodotto resta nascosto al resto del Mondo.
La scena musicale turca si caratterizza per l’impegno e la sensibilità affine al mondo della Sinistra e al progressismo in campo sociale, che negli anni Settanta inizia a scontrarsi con un Paese che conosce un reflusso di tradizionalismo e conservatorismo. Come in Italia, sono decenni di instabilità e lotte politiche che culminano in una strategia della tensione sviluppata dai Governi e dalle classi economicamente dominanti, che qui sfociano nell’intervento militare, che contraddistingue la storia della Turchia fino agli ultimi anni. Nel 1980, e non per la prima volta, l’esercito con un golpe prende il controllo dello Stato. Per diversi anni i militari reprimono con gli arresti le spinte sovversive, spegnendo la spinta modernista del Paese, e in questo clima la progressista scena musicale viene gradualmente smantellata. Personaggi fondamentali come il leader dei Mogollar Cem Karaka vengono costretti all’esilio, mentre altri vengono incarcerati e spinti ad abbandonare l’attività di musicista.
Dopo due secoli di splendore, la musica turca perde i musicisti che l’avevano aperta alle influenze occidentali, e da quel momento l’Anadolu rock verrà soppiantato da stili più affini alla musica araba e al pop come l’arabesque.
L’Occidente aveva conosciuto poco questa musica, restio alle importazioni da altre aree del mondo; col golpe del 1980 la diffusione all’estero della musica scompare del tutto, e la produzione e il consumo interno diventano profondamente limitati.
Dopo il 2000 e con la fine della dittatura militare Internet permette di recuperare facilmente questi album, che per la prima volta arrivano all’Estero e iniziano a influenzare anche gli artisti. Come se il cerchio dovesse chiudersi a distanza di decenni, nei Paesi che avevano influenzato la nuova musica turca, quest’ultima diventa una fonte di ispirazione per i tratti peculiari. In ambito hip hop i produttori campionano le affascinanti sonorità di cantanti come Selda Bağcan, mentre il nuovo rinascimento della musica psichedelica trova nelle poliritmie e nei suoni arabeggianti dei gruppi turchi una grande fonte di ispirazione. Nel primo caso ci sono Dr. Dre e Action Bronson a stendere le loro basi con le campionature turche, mentre nella psichedelia i King Gizzard and the Lizard Wizard producono un intero album riprendendo le microtonalità tipiche della musica araba (provate a sentire ‘’Flying microtonal banana’’ del 2017 dopo alcuni brani folk turchi).
Nella stessa Turchia tornano a vivere gruppi e musicisti fortemente ispirati da quei due decenni fecondi, come Gaye Sue Kol o gruppi come Palmyeller e Ayyuka, mentre nei Paesi dalla forte diaspora turca come i Paesi Bassi e la Germania emerge la scena hip hop in turco e gruppi come gli olandesi Altin Gun riproducono la psichedelia dei loro padri.
Dopo più di due decenni, e da una Turchia non più modernista e in crescita come quella di metà Novecento, i frutti d’oro della musica anatolica vengono finalmente conosciuti e apprezzati all’estero, trainati dalla forza canalizzatrice di Internet. L’Anatolian Rock Revival Project, che oggi supera i quattrocentomila iscritti su Youtube e che è diventato una piccola azienda fatta di editor e illustratori, rappresenta uno dei dei casi più interessanti di Internet come archivio quasi illimitato e in perenne ampliamento, e che richiede una guida con cui scrutare decenni di produzione culturale dimenticata.
Il revival dell’Anadolu rock è una storia di confini porosi tra Paesi aperti e chiusi, tra decenni di libertà e di repressione, tra culture musicali facilmente mescolabili, ma è anche la storia di come Internet possa spingerci ad attraversare tutti questi confini.
È anche la profezia di quanto altro ancora resta da portare alla luce da luoghi molto distanti, e di come il tempo per godere di tutto questo sarà sempre meno.
Fonti:
- https://www.youtube.com/watch?v=KQ2RDfuS_dY, ‘’How Anatolian Rock Was Hidden From The World’’;
- https://www.youtube.com/watch?v=ASBj4LPO0SA, l’influenza del rock turco sui King Gizzard and the Wizard Lizard;
- https://www.gazeteduvar.com.tr/buyuk-bir-mirasin-yeniden-kesfi-anatolian-rock-revival-project-haber-1558015, intervista in turco al fondatore dell’Anatolian Rock Revival Project;
- https://www.psychedelicbabymag.com/2020/12/anatolian-rock-revival-project.html?fbclid=IwAR3Dq1H6teQc7IRpLUPknAKNW91NYTNq-w9Q-Gsq1tPIb7riMHOOhI-mdEU, altra intervista ma in inglese;
- https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/12-settembre-1980.-La-Turchia-allo-specchio-119567, storia del golpe del 1980;
- https://www.eastjournal.net/archives/47811, sempre sul golpe del 1980;
