Ripenso alla mia famiglia mentre vedo Alessandro Bastoni scegliere il panzerotto al posto di riso, patate e cozze in un reel su Instagram. L’ha da poco pubblicato il profilo ‘Azzurri’,dedicato alla Nazionale di calcio, in condivisione con il profilo ‘We are in Puglia’. È uno di quei giochi in cui vedi una figura scegliere tra due opzioni camminando verso l’una o l’altra: Via del Mare/San Nicola, trullo/masseria, trabucco/Foresta Umbra, dancehall/pizzica. Sono i giorni lunghi venuti dopo il G7, quelli di Borgo Egnazia che borgo non è e di primi accenni di rivolta alla nuova narrazione pugliese. Non li riprendo: molti ne hanno scritto meglio di quanto non potrei scriverne io. Racconto però una breve storia.
Mio nonno paterno ha conosciuto la povertà. Era un falegname certosino e attento nell’Altamura di sessant’anni fa e girava per paesi della zona a fabbricare mobili. Ha avuto sei figli e per sostenerli è emigrato prima in Brianza, poi in Svizzera – anzi, Isvizzera nei suoi racconti – e infine in Germania. Ha imparato il mestiere dai migliori d’Europa e l’ha riportato qui. Ha aperto botteghe e piccole fabbriche, ha formato diverse decine di futuri operai e piccoli imprenditori. Ha formato i suoi figli.
Mio padre di anni ne ha poco più di sessanta e da cinquanta fa il mestiere di suo padre. Ha sfiorato anche lui la povertà e i tempi difficili delle rimesse di soldi inviati a casa da suo padre, poi ha girato per opifici di padroni cinici e arraffoni prima di mettersi in proprio. Ha vissuto l’era fiorente di uno dei pochi distretti industriali del Sud Italia, quello del mobile imbottito di Altamura-Santeramo-Matera, sopravvivendo al suo declino grazie alla disciplina tedesca infusa nel lavoro da suo padre. Oggi agisce in un contesto che deserto non è, ma senza prospettiva sì.
La famiglia di mia madre è di agricoltori e post-latifondisti da generazioni. Nei secoli tumuli e tumuli di terreno si sono sommati a comporre vaste proprietà, che poi hanno iniziato a disfarsi col passare delle generazioni. Oggi quella che era una ricca famiglia di possidenti è fatta per metà di “metalmezzadri”, cioè di persone che si dividono tra il lavoro in fabbrica e quello nei campi, e per metà di sparuti agricoltori. Il mestiere non rende più, i terreni sopravvivono, ma coi figli e i nipoti chissà.
La biografia delle mie famiglie è un grumo di storia pugliese. Secoli di contadini, operai ed emigranti in quella che a metà del Novecento poteva essere una regione di media ricchezza e che scelte industriali e politiche sbagliate hanno ancorato alla traiettoria del resto del Sud: una traiettoria negativa. Oggi è sempre meno terra di industriali e operai, e la fabbrica resiste solo nelle periodiche – e, in quanto tali, dimenticabili – notizie dall’ILVA; di contadini e coltivazioni si parla ancora solo nel marketing, mentre un discorso politico sullo stato di salute di queste attività e sulla remunerazione del lavoro agricolo è latente, se non paradossale (vedi insetti e carne coltivata); di emigranti si parla ancora, perché tutto sommato resta sempre una Regione da cui è meglio andar via. Semplicemente, di vivere meglio hai comunque più possibilità altrove.Di agricoltura, poi, eccome se potremmo parlarne per la Puglia. La xilella è un moloch ancora in piedi e sull’uscio nelle nostre case murgiane. Vi consiglio di leggere “Il fuoco invisibile” di Daniele Rielli per capire come sta messa la nostra terra – letteralmente.
“Serve un qualche cazzo di futuro”, diceva Valerio Aprea in quel pezzo meravigliosamente politico che è ‘la locura’ in Boris. Nell’intervista che le ho fatto per Awand e che troverete nel prossimo numero, Francesca Coin si pone un problema simile per l’Italia intera: “che tipo di futuro per l’Italia? Non lo è certo il turismo, che è un settore per definizione povero”, fatto di lavoro poco remunerato e garantito, ricchezza concentrata, gentrificazione e desertificazione commerciale delle città. Viviamo in uno dei pochi grandi posti della Puglia che ancora resiste a questo, ma non durerà. Serve un qualche cazzo di futuro un po’ com’era nel passato. Ho nostalgia di futuro.
