Pochi giorni fa, ho trascorso un fine settimana a Tirana, spinto da una fascinazione profonda per i Balcani in tutte le loro latitudini, lingue e religioni. La vicinanza alla Puglia, ulteriormente accorciata dai voli economici per denaro e tempo – la mezz’ora di volo tra Bari e Tirana è probabilmente il viaggio più rapido che abbia mai fatto – sono fenomeni di attrazione che immagino porteranno sempre più persone dall’Italia a condurre vacanze di breve termine in Albania, come abbiamo fatto io e i miei compagni in un inizio di dicembre grigio e fresco, ma poco piovoso.
Il viaggio a Tirana è iniziato nel piccolo e moderno aeroporto, posto a metà tra la capitale e Durazzo. Più simile a un grande garage multipiano per forma e dimensioni, è collegato al centro della città da una lunga fila di taxi, costosi praticamente quanto il volo da Bari – un prezzo, come molti di lì a venire, che restituisce subito l’idea di un Paese economico, sì, ma meno del previsto e forse ancora per poco, sulla scia della crescita economica e dell’afflusso della borghesia centro-europea in lento ma costante aumento.
Il lungo viale autostradale che conduce a Tirana è già uno specchio interessante di quello che l’Albania sta diventando: una lunga zona commerciale dove fioccano insegne e nomi dal suono italiano o quasi; file di bandiere dell’Aquila a due teste e dell’UE a ogni palo dell’illuminazione pubblica; un numero elevato di terreni recintati e coronati da un cartello che annuncia un’imminente rigenerazione privata e un altrettanto numeroso nugolo di palazzi alti e scintillanti, il più delle volte isolati al punto da far chiedere chi mai possa andarci a vivere.
Potremmo essere in mille altri posti dell’Europa continentale, se non fosse per le bandiere dell’UE – che potremmo vedere così in vista probabilmente solo a Bruxelles – o per la densità di cantieri e nuove costruzioni, insostenibile persino per le metropoli dal mercato immobiliare ed edilizio più famelico e a lustro.
Sarà il leitmotiv del viaggio questo tema: Tirana città in corsa, Tirana città delle gru e dei grandi palazzi uguali a tutti gli altri grandi palazzi del mondo, Tirana in vorticoso avvicinamento all’idealtipo della capitale europea.
A tarda ora – contrappasso dantesco all’economicità del volo con una compagnia low-cost – giungiamo al centro della città, quella piazza Skenderbeg riconosciuta unanimemente il cuore storico, istituzionale e turistico di Tirana. Il buio lascia intendere ben poco dei contorni della piazza, rischiarata solamente da un luna park chiuso – posto forse per poter seguire i Mondiali? – ma, persino nella penombra, i palazzi che circondano la piazza ci anticipano il tema architettonico che ritroveremo altrove, cioè il dualismo tra il razionalismo italiano e il brutalismo di ispirazione sovietica.
Piazza Skenderbeg, difatti, è un luogo storico della città, la cui nascita e centralità si ricollega alla denominazione ottomana, ma che ha trovato nuova veste nella breve occupazione italiana del ’39-’45. L’invasione e il colonialismo fascista lo riviviamo il giorno dopo durante la visita al Bunk’Art – quello vicino alla teleferik verso il monte Dajit, non quello al centro della città – dove, nella lunga ricostruzione della storica novecentesca dell’Albania e di Tirana, molti pannelli e reperti raccontano l’arrivo italiano. Il tono del racconto rispecchia quello dell’occupazione, tragicomica per esecuzione, durata e velleità imperialistiche prontamente ridimensionate dalle sconfitte militari inflitte dalla Grecia nel ’40. Ne parliamo poco con tassisti, custodi di museo e abitanti di ogni categoria della città, poiché la breve durata rende l’occupazione un periodo apparentemente rimosso della memoria civile di questo Paese, anche per il ben più vicino, diretto e ingombrante fantasma della dittatura di Hoxha.
Nonostante questo, ricostruendo la storia dei luoghi e della città, il regime fascista ha impresso la sua influenza in maniera comunque profonda, in chiave quasi esclusivamente monumentale.
Dopo il ’39 sono diversi architetti italiani a disegnare il profilo del centro della città, disegnando il volto moderno di piazza Skenderbeg e quello del Viale Dëshmorët e Kombit, ossatura della Tirana delle istituzioni del passato, del presente e del futuro. Il viale è frutto della mente di Armando Brasini nel 1925, all’interno della redazione del Piano Regolatore Generale della città.
Lo sviluppo urbanistico della città, paradossalmente, è la parte della città in cui più profonda è l’influenza italiana, pur se posta al di fuori dell’occupazione fascista.
Come approfondito nei giorni successivi al rientro, quelli in cui si raccolgono le cose annotate su carte, telefono e mente e si ricostruisce una seconda visita della città fatta di ricerche e svelamento di curiosità, entrambi i momenti capitali della regolamentazione urbanistica di Tirana sono opera di italiani. Al PRG del 1925 di Brasini, infatti, sta per seguire il nuovo Piano per il 2030, la cui redazione è stata affidata allo studio di Stefano Boeri.
Il masterplan e i tratti progettuali del lavoro di Boeri e co. riconducono ancor di più Tirana all’idealtipo della capitale europea di cui sopra, portandomi alla domanda – forse da profano conclamato – se l’architettura e l’urbanistica possano ancora attribuire identità e peculiarità alla forma di una città, oppure se il loro destino irreversibile e irrimediabile è di ricondursi tutte a un modello unico, che varrà per tutte e per tutto.
Tornando all’attraversamento della città, la nostra prima giornata è andata via tra l’hauntologico e spettrale Bunk’Art e il naturalistico e disneiano pranzo in cima al monte Dajit – dove a una splendida vista sulla città si accompagnano tiro a segno, minigolf, giro in buggy e cavallo senza soluzione di continuità. Ogni visita ai luoghi di Tirana, come capiremo in questa breve visita, nasce e si conclude a piazza Skenderbeg, dove ci ritroviamo a sera tra un casinò – di vaga ispirazione vegasiana come tutti i casinò del mondo – e il Blloku, il quartiere della notte.
Il Blloku è un quartiere posto a sud della piazza, segnalato ubiquamente come il luogo in cui i giovani di Tirana trascorrono le loro serate – ma non tutti i giovani, come capiremo – che prende il suo nome dalla vocazione custodita durante gli anni della dittatura. Qui, raccolta e ben custodita dalle guardie del regime, viveva e si intratteneva la classe dirigente del governo di Hoxha, racchiusa al sicuro in una cittadella prossima ai luoghi del potere politico e culturale del Paese.
Giardino nascosto dei piaceri dei figli del potere novecentesco, nel poco tempo trascorso lì durante il nostro viaggio ci è sembrato di svelare una seconda natura, prossima e speculare alla prima.
Oggi nel Blloku fioccano i locali di ispirazione parigina, berlinese o della scuola Buddha Bar; da un affollato locale in cui si viene accolti dal codazzo all’ingresso, è la reggaeton a risuonare; seduti ai tavoli di uno qualsiasi dei bar, tra le bevande si ritrova tutto quel che si potrebbe trovare in un identico menù a qualche ora di volo da qui. Fuori, in strade tanto piccole quanto trafficate, si susseguono macchine di gamma, incolonnate e accompagnate dalla sorprendente musica pop albanese su cui cantano i ragazzi – forse il solo elemento identitaria ritrovato in queste serate.
Il Blloku, insomma, ci è sembrato presto il giardino privato della borghesia moderna e democraticizzata di Tirana, dove i prezzi sono italiani e gran parte della popolazione – in un paese dove lavorare è faticoso e poco remunerativo, a causa di stipendi ancora ampiamente al di sotto dei nostri livelli – ne è naturalmente tagliata fuori.
Nella seconda sera del viaggio, cerchiamo un altro immaginario nella parte di città posta ad est di piazza Skenderbeg, che ancora mantiene i tratti arabi e la vocazione ottomana, dove pur la nuova edilizia o la riqualificazione urbana della sindacatura di Edi Rama ha modernizzato le piazze, il mercato e i viali più importanti. Da queste parti sfioriamo una vicenda che ricostruirò solo dopo, nel viaggio post-viaggio, ossia quella del Teatro Nazionale di Albania.
Sembra una vicenda perfetta per costruirsi un’idea sintetica e forse tagliata fin troppo con l’accetta della Tirana odierna, ma quella del Teatro è una storia che raccoglie alcuni tratti salienti di Tirana con efficacia. Costruito durante l’occupazione fascista su progetto di Giulio Bertè, smaccatamente ispirata alla scuola razionalista, la struttura ha vissuto come Teatro anche durante i governi sovietici, cedendo il passo solo alla fine del Novecento a causa della fragilità assegnatale dai materiali autarchicamente scadenti usati dai fascisti. Nel secondo decennio del 2000, la legislatura di Edi Rama lavora per modernizzare anche il Teatro Nazionale, dapprima con un’idea di partenariato pubblico privato con un’impresa locale, destinato a demolire l’edificio e l’area per costruirne un nuovo teatro e altri immobili, poi con un subentrante progetto pubblico per la pura demolizione a favore di un nuovo, grande e moderno Teatro. Dal 2018 contro questo progetto si mobilita la società civile della città, avviando proteste e occupazioni che diventano il fulcro per una nuova coscienza comune del movimentismo di Tirana, ma nel 2020, nell’oscura notte del covid, le ruspe irrompono e finalizzano la distruzione.
Finisce così, non con un bang ma con un sussurro, la storia di un monumento della città, testimone dell’integrazione nell’immaginario comune delle opere lasciate dall’invasione italiana, cedendo il passo alla Tirana e all’Albania di Edi Rama, dai ricchi capitali e dalla fervida spinta edilizia.
Scrivendo queste righe e ricostruendo diversi giorni dopo il viaggio, i luoghi visitati e quelli ritrovati nelle ricerche, mi sono chiesto che idea di Albania avessi e se sia legittimo dotarsi di una.
Ricalcando Edward Said, forse ho peccato di balcanismo nell’immaginarmi un Paese esotico, così come ne ho peccato con la relativa delusione di trovare una città in rapidissima trasformazione – almeno fin quando i capitali lo permetteranno.
Probabilmente l’unica morale ricostruibile, nel caso dovessi avvertirne la necessità, è che anche nei Balcani le città sono grumi di persone e loro movimenti, costretti a adattarsi allo spazio lasciatogli dalle operazioni immobiliari e dalle spinte dai capitali, più che a costruir loro lo spazio.
Guardando agli articoli sulla città, rileggendo la testimonianza dell’attivismo locale, il senso comune sembra lo stesso, con il presente che si affanna a costruire per affermarsi.
Ma un viaggio non basta a ritrovare lo spirito di una città, poiché può solo iniziare ad intuirne i contorni. In questo fine settimana ho ritrovato l’immagine della città, che forse tra pochi anni in un ritorno sarà già radicalmente diversa. Tocca dotarsi di più tempo e pazienza per entrare nei suoi meandri e avvertire come, tra un cantiere e un grattacielo che ben poco durerà, qualcosa si muove e la gente sempre scalpita e dà al luogo natura propria.
