il blog di Michele Cornacchia

Nell’ultimo numero di Awand, ora acquistabile attraverso il sito e le librerie lì riportate, ho intervistato Francesca Coin, sociologa recentemente autrice del libro “Le grandi dimissioni”. Abbiamo parlato di lavoro, immaginari e futuro dell’Italia. Ecco un estratto dell’intervista, che ritengo piena di spunti interessanti sullo stato della cultura e dei suoi lavoratori grazie allo sguardo ampio di Francesca:

  • In che stato versa il mondo della cultura e dei creativi secondo la tua ricerca?

È un mondo in condizione disastrosa. In Italia l’immaginario collettivo ancora pensa che l’epitome dello sfruttamento sia il lavoro operaio, e così a volte scordiamo che nel giornalismo spesso si lavora a cottimo, così come in editoria o altri settori. 

Nel mondo della cultura ci sono situazioni di povertà che restano nell’ombra. Penso al mondo delle traduttrici, un settore fortemente femminilizzato, alle finte partite IVA. In troppi ambiti del mondo culturale ci sono persone di grandissimo talento costrette a competere e a fare self branding in un campo estremamente individualizzato e precario. L’attuale dibattito sulla libertà d’espressione è l’ultimo tassello di un contesto fortemente competitivo e poco tutelato, perché la libertà espressiva e di parola è sempre difficile quando mancano le tutele materiali di base in grado di consentirla.

  • Guardando a contesti stranieri, come quello statunitense e quello degli sceneggiatori, ci sono esempi di sindacalizzazione e movimenti di massa. Al lavoro culturale in Italia serve questa organizzazione?

Assolutamente. È difficile organizzare un mercato del lavoro individualizzato e frammentato, ma non esiste alternativa.

  • Qualche mese abbiamo intervistato l’autore e scrittore Ivan Carozzi, che a lungo ha parlato della neurosostenibilità del lavoro creativo. Il mondo della cultura, dice, paga più di altri l’estremo precariato e lo stress imposto ai lavoratori, e non vedendo grandi prospettive di miglioramento economico suggerisce di cambiare ‘postura’, cioè sguardo sul mondo, guardando il proprio lavoro in maniera più disincantata e ironica. Sei d’accordo?

Sono molto d’accordo sul fatto di guardare il lavoro creativo in maniera disincantata. Tempo fa, Dario Salvetti, portavoce dei lavoratori dell’ex GKN, ha spiegato che un tempo le cose erano più semplici perché ogni professione era definita operaia. I lavoratori della fabbrica erano definiti operai, i lavoratori della cultura erano definiti operai, i lavoratori della musica erano definiti operai, eccetera. Ed è più semplice chiedere tutele quando abbiamo a che fare con il lavoro operaio, perché è più difficile presentare la passione come una forma di remunerazione simbolica. Quando all’idea di lavoro operaio è subentrata l’idea di passione, la possibilità di rivendicazione è stata indebolita: lavori per passione, e vuoi anche essere pagato? 

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